Bussa alla mia porta una professoressa. Mi parla di una delle tante storie di malessere che attraversano i nostri studenti. «Da tempo questa ragazza non sta bene. È evidente che avrebbe bisogno del supporto di professionisti. Lei sarebbe disponibile. Le ho detto che a scuola abbiamo uno sportello psicologico, ma serve il consenso dei genitori per andare. Questo è un problema, mi ha confidato, alludendo alla contrarietà della madre, con la quale non ha un buon rapporto. Ho provato a dirle che avrei potuto chiamarla io per cercare di convincerla. Ma lei non vuole». «Preferisco parlarci io, ma devo trovare il momento giusto», mi ha risposto.
Di storie come questa nella scuola ne vediamo tante. Studentesse e studenti che avrebbero bisogno di percorsi psicologici, ma non hanno l’autorizzazione della famiglia. Fino a casi estremi, nei quali si intuisce che vivono situazioni di maltrattamenti e trascuratezza in casa e paradossalmente servirebbe il consenso di chi li maltratta per mandarli dagli psicologi. Consenso che naturalmente non arriverà mai.
Gli psicologi si rifiutano di fare percorsi con studenti senza autorizzazione perché il loro Ordine Professionale non lo consente e sarebbero passibili di sanzioni. Il risultato è che bambini e ragazzi rimangono scoperti, esposti a forti disagi personali e sociali. Qualcuno può intervenire per risolvere questa situazione? La Politica? Lo stesso Ordine degli Psicologi?
Forse una soluzione ci sarebbe. Quella di non equiparare gli interventi a scuola a trattamenti terapeutici, anche perché in realtà non lo sono davvero. Sono piccole ma preziose forme di supporto, che potrebbero essere considerate come i servizi dei consultori, con accesso libero e gratuito, senza passare dal consenso dei genitori. Se poi gli psicologi scolastici rilevano situazioni che necessitano percorsi lunghi, inviano i minori ai servizi territoriali, dove quel consenso diventa comprensibilmente necessario.
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