Nelle scuole cresce la protesta contro la riforma degli Istituti Tecnici, partita dal 2022 con il Governo Draghi e arrivata all’approvazione finale nel 2025, con una serie di atti ancora in corso. Le responsabilità politiche sono quindi diversamente diffuse tra destra e sinistra. Così come sono diversamente diffuse tra sindacati, dirigenti scolastici, docenti, studenti e famiglie, che sono stati in colpevole silenzio in questi anni. Questo non vuol dire che tutti siamo ugualmente responsabili, ma che in tanti dovremmo fare autocritica.
Questa riforma non convince quasi nessuno. Basta entrare nelle scuole per rendersene conto. La questione di fondo è che non se ne capisce la ratio. Non rafforza le competenze professionali perché le materie di indirizzo sono le più penalizzate. Non migliora la preparazione culturale perché gli studenti faranno meno ore di scuola. Non è tesa al risparmio perché le economie sono poche. Prevede cose surreali come, ad esempio, la scomparsa in quinta del Tecnico per il Turismo di materie come Arte, Geografia e Diritto.
Tutto questo si scopre a marzo di quest’anno e, senza avere ancora Linee Guida e altre informazioni fondamentali, si è deciso di avviarla a settembre. Insegnanti e presidi sono disorientati, studenti delle future classi prime troveranno un piano di studi tutto diverso da quello scelto.
Mi auguro che sia ancora possibile rinviare l’attuazione della riforma per fare le cose con serietà. In alternativa, si dovrebbe almeno aprire un confronto vero tra ministero, sindacati e scuole per valutare modifiche soprattutto al triennio.
Oltre alle legittime mobilitazioni, nelle scuole dovremmo interrogarci su quale identità vogliamo dare oggi a un istituto tecnico per applicare la riforma in modo condiviso e tenere alta la qualità dell’istruzione. Ma prepariamoci a scontri tra docenti delle diverse discipline, che rivendicheranno il proprio spazio con le ore di curricolo che la scuola gestisce. Proviamo a evitarlo tutti insieme con intelligenza ed equilibrio, cercando di dare un senso alla riforma “dal basso”, quel senso che sulla carta non ha.
11 Giugno 2026 alle 5:45
Questo discorso andava affrontato prima, non con lo sciopero di un giorno in occasione degli scrutini adesso che la scuola è finita.
11 Giugno 2026 alle 5:52
Abbiamo l’esempio della Spagna con 17 giorni di sciopero e gli insegnanti in piazza che hanno minacciato di non finire l’anno.
Se veramente si ritiene sia una riforma da bloccare, perché intervenire solo ora con un giorno di sciopero il giorno degli scrutini a scuola finita.
Non c’è stata informazione su questo argomento, almeno non c’è stato dibattito in modo da potersi fare un’opinione, come se la scuola non avesse importanza.