Sto facendo gli esami di maturità in un liceo classico. Studenti e studentesse sono preparati e concentrati. Alcune prove di italiano sono molto belle, con una qualità veramente alta nella forma e nell’argomentazione. Tutto previsto, ma in parte sorprendente.

C’è però un’altra cosa prevista e insieme sorprendente. Nelle classi della mia commissione non ho studenti con disabilità, con disturbi di apprendimento o immigrati. Nessuno. Nello stesso momento, in commissioni di altre scuole ce ne sono decine. Decine. Questa storia va avanti da anni e non si riesce a cambiarla. Le disuguaglianze sociali rappresentate nella fotografia di una scuola che dovrebbe ridurle dando a tutti le stesse opportunità, come si dice. Invece, non solo non le riduce, ma le riproduce e spesso le alimenta.

Le responsabilità sono di tanti. Nel Ministero, tra i dirigenti scolastici e i docenti. Di quelli che, esplicitamente o implicitamente, ripetono “questa scuola non è fatta per te” oppure “non possiamo rallentare il programma” quando un disabile o un immigrato bussano alla porta. Frasi dette anche da sedicenti progressisti.

Questo naturalmente non vuol dire che ragazze e ragazzi dei licei non abbiano storie difficili. I lutti, le malattie, le brutte separazioni familiari non guardano il conto in banca. E, in alcuni casi, le sofferenze umane e psicologiche sono più pesanti di quelle economiche. Ognuno ha la sua storia e dovremmo essere accoglienti, come fanno alcuni, anche nei licei. Creando contaminazioni tra mondi diversi, con i loro dolori e le loro gioie, le loro eccellenze e i loro fallimenti. Personalmente guarderei con favore a un biennio unico alle superiori. Nel frattempo, potremmo fare progetti in cui gli studenti dei professionali e quelli dei licei si conoscono e fanno cose insieme.

Finché le scuole e la società rimarranno classiste, non saranno mai davvero democratiche. E finché i politici proverranno da scuole nelle quali non incontreranno il disagio sociale ed economico, saranno cattivi politici, perché non potranno capire quello che prova chi fatica ogni giorno per portare il pane a casa.