“Preside, i termosifoni non funzionano”, “Preside, il prof ce l’ha con me”, “Preside, gli studenti fanno confusione”, “Preside, il collega mi ha offeso”, “Preside, mio figlio non meritava cinque”, “Presideeeee….”. Alcuni vengono di persona, altri telefonano, altri ancora scrivono mail. E poi ci sono quelli che ti contattano via social.
Tutti a scuola cercano il preside, qualche volta per fare proposte, spesso per lamentarsi. E tutti vogliono risposte, pretendono soluzioni. Subito. Senza considerare che per alcune cose ci vuole tempo e che altre non dipendono da te. Poi capita anche che chi chiede a te la soluzione a un problema è quello che il problema lo ha creato.
Certo, il preside è pagato per trovare soluzioni, ma qualche volta si esagera. Non di rado ci chiedono di intervenire nei conflitti tra marito e moglie, di ridurre la povertà delle famiglie, di migliorare il servizio dei trasporti, di sistemare le buche nelle strade e tanto altro ancora. Un po’ troppo per uno che ha superato un test a quiz e ha una giornata di sole 24 ore.
Ogni tanto rifletto su quale sia il senso profondo del lavoro del preside (il termine dirigente scolastico mi indispone, ma è un problema mio). E mi dico che forse sta nell’imparare a essere spugne, cercando di assorbire lamenti e malumori, fondati e infondati, della propria comunità scolastica. Spugne che ogni tanto però bisognerebbe “strizzare”, per non diventare, a nostra volta, fonti di malessere.
Poi c’è un altro aspetto. Nonostante io, come altri presidi, mi consideri parte di una comunità, c’è una dimensione individuale ineliminabile. La solitudine del capo, ha detto qualcuno. Una solitudine che si prova tutti i giorni. Anche solo per un fatto logistico e simbolico. Tutti nella scuola condividono spazi: l’aula docenti, la vicepresidenza, le segreterie. Il preside invece ha una “camera singola”. Un lusso, naturalmente, ma anche il segno di un isolamento.
Il preside è quindi alla fine una “spugna sola”. Un’immagine che mi fa venire qualche dubbio sul mio stato di salute mentale quando ho deciso di fare il concorso.
6 Marzo 2026 alle 4:52
Riflessione molto onesta. Sono anni che il mio compagno ed anche molti colleghi mi dicono che dovrei fare il concorso da Dirigente. Sono anni che rispondo che poiché sono sana di mente e da quando lo studiai al liceo tengo a mente l’ insegnamento di Seneca sull’uso del proprio tempo a provare il concorso non ci penso nemmeno. Non lo farei per nessuna ragione economica al mondo( anche se non sono ricca) perché è un lavoro in cui praticamente si gestiscono per lo più le frustrazioni altrui e poi anche quelle proprie di poter davvero incidere poco sul sistema. Entrare in classe e vedere gli occhi degli studenti che si accendono di interesse per quello che stai dicendo e di stima per te beh è tutta un’ altra cosa e come diceva una pubblicità di qualche anno fa ” non ha prezzo”.