Al Marco Polo di Firenze le lezioni iniziano alle 8.15. Di solito io arrivo a scuola intorno alle 7.30 e trovo ragazzi già fuori che aspettano. Lasciati da genitori che devono andare presto al lavoro o da bus che arrivano da molto lontano. Poi progressivamente compaiono gli altri. Sono tanti gli studenti che arrivano in largo anticipo. E che abbiamo deciso di accogliere, replicando il modello “prescuola” di infanzia e primaria, per non farli rimanere al freddo per troppo tempo.

Verso le 7.45 vado a prendere un caffè al bar della scuola, gli studenti sono già entrati e li trovo sparsi per il piano terra, ognuno posizionato a modo suo. Alcuni stanno soli. Una rimane in piedi appoggiata sempre allo stesso termosifone per riscaldarsi. Un’altra si accomoda su una delle sedute del corridoio e rimane lì ferma tutto il tempo. Un altro si mette al pianoforte. Un altro ancora entra con le cuffie e rimane immerso nella sua musica. Altri rileggono fogli in vista di compiti o interrogazioni. Poi ci sono quelli in coppia. Arrivano tenendosi per mano e stanno insieme finché possono. E i gruppi. Ripassano intorno a un tavolo chiacchierando amabilmente delle loro cose. Poi ci sono quelli che vanno al bar, ordinano un tè o un caffè e se lo godono lentamente. Infine, alcuni vanno in una delle aule polivalenti e rimangono in penombra, senza accendere la luce che evidentemente li disturba. Hanno bisogno di stare ancora in dormiveglia per adattarsi progressivamente al giorno.

I minuti che ragazze e ragazzi passano a scuola in attesa delle lezioni sono un tempo “sospeso”. In quella sospensione, cercando un momento di conforto prima di affrontare la vita diurna, ritrovano sé stessi e si rivelano. Non hanno ancora attivato le difese e mostrano la loro umanità più autentica. Che fa molta tenerezza.

Osservarli in quel tempo sospeso, prima del suono scortese della campanella, è un esercizio da fare con estrema discrezione, per rispetto della loro privacy. Ma aiuta a capire molte cose di loro. E la conoscenza dei nostri studenti dovrebbe essere la base, un po’ dimenticata, del nostro lavoro.