Nella scuola il Natale diventa l’occasione per le solite discussioni su presepi, alberi e altri modi di celebrare le feste religiose. Si fronteggiano di solito due posizioni, quella di chi ritiene che la scuola debba preservare le proprie tradizioni e quella di chi vorrebbe che tenesse conto delle diverse origini culturali degli studenti.
Come tutti sappiamo, viviamo in uno Stato laico e laica è la scuola pubblica. Trovo pertanto fuori luogo simboli e abitudini che la connotano come istituzione religiosa e di parte, quali il crocefisso, che ancora si trova in alcune aule, o la benedizione del parroco locale, che viene talvolta praticata. La scuola pubblica è la scuola di tutti, tutti devono sentirsi accolti e rispettati nelle loro storie personali e sociali.
Come molti stanno dicendo in questi giorni su altri temi, a destra come a sinistra, a scuola non si fa propaganda. Tantomeno dovremmo farla sulla religione, riproponendo sterili contrapposizioni tra i diversi fanatismi. La scuola deve rimanere un luogo di conoscenza. E tra i vari ambiti della conoscenza certamente c’è la religione, per cui trovo giusto che a scuola se ne parli. Dovremmo insegnare a ragazze e ragazzi la storia delle religioni, informarli sul valore artistico e sociale dei luoghi di culto, mettere in evidenza il ruolo che le religioni hanno avuto e continuano ad avere ancora oggi nelle diverse società. Esprimendo il massimo rispetto per i sentimenti religiosi di molti e per chi si professa ateo. Senza dare giudizi di valore, per lasciare gli studenti liberi di fare autonomamente le proprie scelte. Nelle sempre più diffuse classi multiculturali si potrebbe poi dare a loro l’opportunità di raccontare il loro rapporto con la religione, i riti e le usanze che si praticano nelle famiglie.
Viviamo un momento di forti conflitti politici e sociali che spesso hanno anche una base religiosa. La scuola potrebbe giocare un ruolo prezioso nel favorire il dialogo interreligioso e interculturale. Ma questo può avvenire solo se educhiamo in modo aperto e plurale le ragazze e i ragazzi di oggi, creando le condizioni affinché in futuro divengano più bravi di noi nella costruzione di un mondo di pace. Non ci vuole molto, verrebbe tristemente da dire. È comunque il piccolo augurio che mi sento di fare alla scuola per il 2026.
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