Uno dei classici nella scuola è lo scontro tra cosiddetti “buoni” e cosiddetti “cattivi”. Quelli che guardano alle storie dei ragazzi con le loro fragilità e puntano sull’accoglienza. E quelli convinti che la scuola debba temprarli per una vita dura e puntano sul rigore. Naturalmente io e il Marco Polo siamo riconosciuti tra i primi. Ma questa narrazione, che pure racconta due approcci realmente esistenti, ha un nucleo di fondo falso.
Quest’anno ho fatto il presidente di commissione agli esami di maturità in un istituto militare. Nulla di più lontano da me, considerando che, a suo tempo, mi sono dichiarato obiettore di coscienza per rifiutare il servizio militare. Ma ho molto rispetto per chi fa scelte diverse. In questo caso per ragazze e ragazzi che a sedici anni lasciano casa e famiglia per una scelta di vita molto forte, rimanere sostanzialmente reclusi per tre anni. Gli esami, per dire, li hanno fatti in divisa. Al termine del colloquio mi sono intrattenuto con ognuno di loro per capire le loro ragioni e chiedere com’era andata. Luci e ombre, come sempre, ma quasi tutti rifarebbero quella scelta, che ha dato loro regole e disciplina. A me, come preside, le loro riflessioni hanno dato molto da pensare. Naturalmente le scelte di quegli studenti sono le loro, altri cercano un’altra scuola. Ma c’è un punto di equilibrio di tutto questo.
La scuola che vorrei dovrebbe essere tutto tranne che una caserma. Anzi, deve puntare sulla massima libertà degli studenti e sull’assoluto rispetto dei loro diritti. Ma questo non vuol dire che tutto sia permesso e che la scuola debba essere facile, come qualcuno scioccamente crede, semplificando al solito le cose.
La scuola dovrebbe favorire esperienze sociali e culturali che preparano gli studenti alla vita. Ma non significa che dobbiamo farli soffrire di proposito per farli crescere. Anche un viaggio all’estero li mette alla prova e rafforza la loro identità. Anche mandarli in un museo per fare da guide ai turisti consente loro di sperimentare il loro carattere e le loro conoscenze.
Sono convinto che la scuola debba essere basata sul piacere, non sulla sofferenza. La nostra educazione deve preparare alla vita rafforzando autonomia e responsabilità, anche attraverso prove difficili, ma senza diventare i carcerieri dei nostri studenti. La scuola che prepara alla vita attraverso le bacchettate sulle dita dovrebbe essere finita da un pezzo. Anche perché non è che quelli cresciuti con le bacchettate sulle dita siano sempre venuti benissimo, diciamo.
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