Chi lavora nella scuola ha tante deformazioni professionali. Una di queste è leggere tutto quello che avviene intorno in chiave educativa. Tra le mille notizie di questa settimana, che raccontano di un mondo ormai fuorilegge nel quale è sempre più difficile insegnare il diritto o l’educazione civica, vorrei soffermarmi su una.
Il gestore del locale svizzero dove sono morti molti ragazzi ha potuto uscire dal carcere grazie al pagamento di una cauzione di circa duecentomila euro. La libertà su cauzione esiste in alcuni Paesi ed è socialmente accettata. Ma cosa vuol dire in fondo libertà su cauzione? Vuol dire che puoi comprarti la tua libertà. Se hai i soldi, naturalmente. E quindi vuol dire che non abbiamo tutti gli stessi diritti. I ricchi ne hanno di più.
Penso se questo principio si applicasse nella scuola. Un ragazzo che subisce una sanzione per un comportamento scorretto potrebbe chiedere a genitori facoltosi di versare una somma per sospendere o annullare quella sanzione. O magari potrebbe comprarsi una promozione.
Intendiamoci. Le ingiustizie del sistema sociale ed educativo esistono già. Ci sono studenti che non possono pagarsi i libri, che non partecipano ai viaggi di istruzione, che devono lavorare per aiutare la famiglia. Mentre altri, non solo non hanno di questi problemi, ma possono anche contare, quando serve, su bravissimi e costosi avvocati pronti a fare ricorsi. Qualche volta per difendere i propri diritti negati e altre volte per ottenere per vie legali le promozioni non ottenute per merito. I poveri, da sempre nella storia, quando subiscono prevaricazioni se le tengono perché non hanno i mezzi per difendersi. Quindi, in qualche modo, la libertà e i diritti hanno un costo anche da noi.
La libertà su cauzione riconosciuta in una norma però è un’altra cosa ed è davvero un messaggio profondamente diseducativo. Di fronte alla legge siamo tutti uguali o no? Se lo siamo, il nostro conto in banca non dovrebbe contare quando parliamo di libertà e diritti. Forse è il caso che ricominciamo dalla scuola a dirlo ad alta voce. E magari anche a praticarlo.
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