Non condivido mai i gesti personali di affetto e stima che ricevo. Mi sembrano un segno di narcisismo fuori luogo. Ma questo voglio condividerlo, solo per sottolineare ancora una volta la bellezza e il candore delle ragazze e dei ragazzi che incontriamo.
Bussa alla porta uno studente, al quale qualcuno deve aver spifferato che oggi è il mio compleanno. Con grande timidezza, ma con determinazione, ci tiene a dirmi che è arrivato quest’anno nella nostra scuola e che si trova molto bene.
Poi aggiunge. “Ho saputo che oggi è il suo compleanno e le ho dedicato una poesia”. E mi porge il foglietto con le sue parole. Semplici, toccanti. Che, oltre me, riguardano la scuola e gli insegnanti. “Volevo ringraziarla per il lavoro che fa per noi”, ha aggiunto. Mi ha preso alla sprovvista ed ero certamente più in imbarazzo io di lui. Non sapendo cosa dire, ho balbettato solo un ringraziamento.
Poi, prima di andare via, ha detto un’altra cosa che mi ha spiazzato definitivamente. “Posso abbracciarla?”. Come un pugile suonato, dopo un momento di stordimento, ho risposto “Certo”. Sempre balbettando, naturalmente. E ci siamo abbracciati. Prima di salutarlo, ho aggiunto una frase sciocca, come capita a chi è in difficoltà. “Grazie, torna quando vuoi”.
Ecco, questo è capitato oggi. Un ragazzo di sedici anni che ha messo in imbarazzo un preside con il suo romanticismo.
Ho fatto davvero molta fatica poi a riprendere il filo delle mille beghe quotidiane, ma spero di essere spiazzato più spesso da cose così. Sono necessarie per ricordarmi il senso del mio lavoro tutte le volte (e sono tante) che rischio di smarrirlo.
Nella parte finale, a parte l’espressione “migliore” che non va bene, lo studente coglie un aspetto a cui tengo molto, quello di svolgere il mio lavoro “senza fare rumore”. Grazie di cuore, caro studente. Forse non vincerai il Nobel per la poesia, ma il mio Nobel personale lo hai vinto di sicuro.
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