Il recente decreto sulla scuola annunciato dal Governo si muove all’interno di una logica nazionalista e identitaria, che è coerente con la sua linea politica. L’impressione è che però ci si trovi di fronte a provvedimenti volti più a guadagnare consensi e definire un posizionamento ideale, che a incidere concretamente nella vita della scuola.

Il tetto del 30% agli stranieri in classe, che di fatto parte dal prossimo anno scolastico e presenta tutta una serie di deroghe, si applicherà in pochissime realtà in tutta Italia. E non è detto che sarà mai davvero attuato.

Il cambio di nome degli Istituti Tecnici e Professionali, che adesso si chiameranno Licei, non muterà la realtà dei fatti. I figli dei poveri e i figli dei ricchi continueranno a frequentare scuole separate. La differenza tra scuole-ghetto e scuole privilegiate non si risolverà certamente con un semplice cambio di nome. Il destino di Pierino non sarà diverso se un giorno comincio a chiamarlo Amilcare.

La questione del cosiddetto “velo” a scuola di fatto non esiste. In realtà il tema, legittimo, è quello di garantire la riconoscibilità delle persone. In trent’anni di scuola, nei quali ho incontrato decine di migliaia di studenti, non mi è però mai capitato di trovarmi di fronte a una studentessa con il volto talmente coperto da non essere riconoscibile.

Al di là di tutto, le posizioni del Governo indicano uno spartiacque culturale, rispetto al quale tutti dovremmo interrogarci e posizionarci. Quale idea di scuola e di società vogliamo mettere in campo? Che ci piaccia o no, esse saranno sempre più multiculturali. Dobbiamo decidere se vogliamo vivere questa prospettiva come un pericolo o come un’opportunità. Nella mia esperienza, l’incontro tra diversi ha sempre rappresentato fonte di ricchezza, anche se certamente servono strumenti che favoriscano la conoscenza reciproca e affrontino la complessità. Ma la questione vera in realtà è più semplice.

In un Paese civile la scuola pubblica è la scuola di tutti. Chiunque bussi, in qualunque percentuale si trovi, deve vedere una porta che si apre.