Per capire le mobilitazioni degli studenti, serve ascoltarli. Lascio la rubrica di oggi a una lettera di Asia, una mia studentessa.

«Cari prof, oggi molti di noi erano assenti. Ci dispiace, ma non così tanto.

Oggi abbiamo partecipato alla creazione del nostro futuro, abbiamo cercato di non renderlo precario e se non sarà servito a niente, poco importa. Noi abbiamo la coscienza a posto.

Abbiamo una coscienza pulita che i nostri politici si sognano. Proprio loro che si sono dimenticati della nostra generazione. proprio loro che invece di pensare all’ istruzione hanno deciso di investire in armi che uccidono migliaia di ragazzi come noi in un genocidio.

Oggi abbiamo dimostrato agli adulti che non rimaniamo catatonici alle catastrofi che vediamo tutti i giorni, oggi abbiamo dimostrato che non siamo una generazione di indifferenti.

Vi volevamo chiedere scusa, ma crediamo che le interrogazioni tornino e le spiegazioni anche. Tra meno di nove mesi la scuola sarà finita per noi, ma il futuro è da scrivere e noi abbiamo a cuore anche chi verrà dopo di noi, abbiamo a cuore la prossima 5L che dovrà avere il diritto di studiare in modo dignitoso. Non possiamo girarci dall’ altra parte alla vista di altri edifici fatiscenti e ai tagli alle spese scolastiche che il nostro governo ci impone.

Oggi abbiamo manifestato per farci ascoltare, abbiamo manifestato per chiedere diritti. Abbiamo manifestato contro politici che pensano a togliere niqab e burqa dalle scuole invece di promuovere l’uguaglianza e il rispetto altrui. In un mondo dove il nemico sembra lo straniero, noi ci facciamo vedere uniti contro un nemico comune. Abbiamo manifestato per l’elevato prezzo della benzina, abbiamo manifestato per il costo dei beni di prima necessità. Abbiamo manifestato perché vogliono portare il militarismo nella scuola, un luogo che dovrebbe essere di pace e di tranquillità.

Ci dispiace di non essere venuti in classe. Sarebbe stato bellissimo poter manifestare con voi perché sappiamo che a voi piacciono i ragazzi che si fanno ascoltare e che capiscono che non sempre dobbiamo chiedere permesso per reclamare i nostri diritti.»