Si discute molto di casi di cronaca drammatici, come quello della professoressa accoltellata da uno studente, che alimentano la narrazione di una scuola pericolosa, nella quale i docenti sono in balia di ragazzi violenti. Non c’è nessuna emergenza sociale di questo tipo, si tratta di casi isolati. Le aggressioni ai docenti sono punte di un iceberg, il segno di sofferenze psichiatriche o di situazioni sociali estreme che si vivono solo in alcuni territori del nostro Paese. La professoressa di Bergamo ha reagito con apprezzabile compostezza senza cedere al riflesso giustizialista che scatta nella pancia di molti. Ha ribadito che quello che serve è la prevenzione, lavorando sulle relazioni e imparando ad ascoltare per intercettare il malessere in tempo.
Smettiamola con le descrizioni fantasiose di scuole piene di ragazzi con i coltelli, che non esistono. E lasciamo stare le punte che finiscono sulle pagine di cronaca. Occupiamoci piuttosto dell’iceberg, ovvero del disagio diffuso che anche a scuola rileviamo. Non solo tra i ragazzi, anche tra gli adulti. Ci sono sempre più persone che vivono sofferenze gravi, gravissime. Parliamo di studenti e docenti in cura con psicofarmaci, di crescita dei tentativi di suicidio, di ragazzi che non hanno soldi per comprare i libri, di famiglie che vivono conflitti drammatici tra coniugi e con i figli. Per fare un piccolo esempio, qualche tempo fa una ragazza mi ha chiesto di rimanere a scuola a studiare perché a casa le urla continue dei genitori non le consentivano di concentrarsi. Questi casi stanno sensibilmente aumentando.
Dovremmo forse onestamente riconoscere che lo Stato non sta facendo la sua parte. Adulti e ragazzi sofferenti sono lasciati soli o seguiti poco e male. Nonostante gli sforzi di alcuni, i servizi sociali non ce la fanno e la scuola fatica. Tutto questo pensiamo che si risolva magicamente, con le solite semplificazioni, inasprendo le pene per chi sbaglia o vogliamo ragionare sulle origini del malessere e su come migliorare il sistema pubblico degli interventi economici, sociali ed educativi?
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